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Domenica, 24 Marzo 2013 21:25

San Vincenzo Martire

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Tra leggende e verità

San Vincenzo è senza dubbio fra i martiri maggiormente conosciuti e venerati nel mondo cattolico e il suo culto, sin dai tempi più remoti, si è tramandato in molti paesi e non solo della Spagna sua patria. A tal proposito Sant'Agostino scriveva: "Qual è oggi la contrada, qual è la provincia dove si estendono l'impero romano e il nome di Cristo che non celebri con gioia 1'anniversario del martirio di San Vincenzo" ? Sant’Agostino, dal 410 al 413 ogni 22 Gennaio pronunciava, dalla basilica Restituta di Cartagine, discorsi in onore del diacono martire Vincenzo.

Il Santo si festeggia ancora il 22 Gennaio in diverse località dell’Europa, dell’Africa e perfino delle lontane Americhe. In Italia 91 tra parrocchie e chiese venerano il suo nome; sin dal Trecento è protettore della città di Vicenza che, secondo una vecchia leggenda, ne porta il nome.

La fama di santità di Vincenzo fu grande fin da quando era in vita a tal punto che tre città spagnole si mostrarono da sempre piamente rivali nel rivendicare il titolo di sua patria: Valencia, Saragozza e Huesca; secondo la tradizione più attendibile egli nacque a Huesca, alle propaggini dei Pirenei.

Di nobile famiglia, figlio del console Eutichio e della matrona Enola, Vincenzo ebbe un'educazione pari al suo stato: destinato alle lettere, venne ben presto affidato dal padre a Valerio, vescovo di Saragozza, perché provvedesse alla sua formazione spirituale. Vincenzo corrispose pienamente agli insegnamenti del suo maestro e crebbe nella pietà e nella virtù tanto che il vescovo lo nominò arcidiacono considerandolo suo braccio destro; conquistò tanta fiducia in Valerio che gli affidò anche il compito di predicare in sua vece.

Intanto Diocleziano scatenava la persecuzione contro i cristiani. Gli editti dell'imperatore non lasciavano dubbi: dovevano essere distrutti gli edifici, i libri e gli arredi cristiani; i cristiani che ricoprivano cariche pubbliche sarebbero stati esautorati e sottoposti a torture; tutti i sudditi dell'impero prima di compiere una qualsiasi azione pubblica dovevano offrire sacrifici agli dei.

In questo clima terribile il vescovo Valerio e l'arcidiacono Vincenzo non si sottrassero ai loro doveri e continuarono a testimoniare la loro fede. Così quando Daciano, il prefetto della provincia spagnola nella quale vivevano, ordinò il loro arresto Valerio e Vincenzo non fecero nulla per sfuggire al persecutore. Condotti a Valencia, dove Daciano teneva il tribunale, furono fustigati e torturati. Ma il crudele prefetto tentò invano di piegare la loro volontà e fiaccare i loro corpi anzi si meravigliò, quando vennero portati al suo cospetto, di trovarli ancora in buone condizioni fisiche. Daciano si adirò con le guardie, accusate di essere state troppo tenere con i due cristiani, poi cercò di adoperare le armi della persuasione.

Queste furono le parole di Vincenzo anche a nome di Valerio: "La nostra fede è una sola. Gesù è il vero Dio: noi siamo suoi servi e testimoni. Nulla noi temiamo nel nome di Gesù Cristo e vi stancherete prima voi a tormentarci che noi a soffrire. Non credere di piegarci né con la promessa di onori né con la minaccia di morte, perché dalla morte che tu ci avrai dato saremo condotti alla vita".

Daciano mandò il vescovo in esilio e riversò la sua ira su Vincenzo. Il primo supplizio a lui riservato fu quello del cavalletto: uno strumento di tortura terribile che slogava tutte le ossa del corpo. Vincenzo rimaneva con gli occhi al cielo in preghiera, come se il supplizio non lo riguardasse. Daciano, pensando che la tortura fosse troppo lieve, comandava di arpionare il corpo con uncini di ferro. II Santo conservava lo stesso atteggiamento. Anzi cosi parlava rivolgendosi al carnefice: "Tu mi fai proprio un servizio da amico perché ho sempre desiderato suggellare con il sangue la mia fede in Cristo. Vi è un altro in me che soffre, ma che tu non potrai mai piegare. Questo che ti affatichi a distruggere con le torture è un debole vaso di argilla che deve ad ogni modo spezzarsi. Non riuscirai mai a lacerare quello che resta dentro e che domani sarà il tuo giudice".

Il prefetto, con gli occhi fuori dall'orbita per la rabbia, ordinava le ultime atrocità: la graticola e le lamine infuocate. Vincenzo continuava a sopportare le torture impassibile. Daciano allora decideva di sospendere quel genere di torture. Vincenzo veniva portato in una oscura prigione e disteso sopra cocci di vasi rotti perché gli si rinnovassero le piaghe e i dolori.

A quel punto avveniva il miracolo: le catene si spezzavano e i cocci si trasformavano in fiori, mentre uno splendore di luce celestiale illuminava la cupa prigione. Gli angeli scendevano dal cielo per consolare Vincenzo e prepararlo a godere del Paradiso. Il carceriere del Santo si convertiva. Daciano si apprestava all'ultimo tentativo: convincere Vincenzo non più con le torture ma con favori. Lo faceva trasferire su un morbido letto e gli concedeva di ricevere i suoi amici cercando invano di piegarlo con le lusinghe.

Reso forte dalla fede in Cristo, Vincenzo moriva il 22 gennaio del 304 e veniva portato in cielo da un coro di angeli festanti.La leggenda racconta che dopo la morte Daciano ordinò che il corpo del Martire venisse gettato in un campo deserto e dato in pasto alle fiere. Dio però intervenne mandando un corvo a vegliare le spoglie del Santo e a difenderle.

Successivamente il prefetto ordinò che il cadavere fosse rinchiuso in un sacco e gettato in mare, legandovi un grosso sasso in modo da trascinarlo in fretta al fondo. Ma il sasso galleggiò e la brezza trasportò le sacre spoglie verso una spiaggia dove furono raccolte in seguito ad una doppia apparizione, ad un cristiano e ad una vedova: lo stesso Santo indicava il luogo dove giaceva il suo corpo e in quel luogo accorrevano i fedeli per dargli onorata sepoltura. Intanto, con l'avvento dell'imperatore Costantino che si era convertito al cristianesimo, a Valencia veniva eretta una basilica in onore di San Vincenzo e sotto l'altare principale venivano composte le sue reliquie.

Tuttavia, in seguito all'invasione dei Mori, i cristiani di Valencia trafugavano il corpo del Martire per metterlo al sicuro in Portogallo, in una chiesetta fatta appositamente costruire in località del promontorio oggi detto Capo San Vincenzo. Finita la guerra contro i Mori, le sante spoglie furono imbarcate in una nave che fece rotta verso Lisbona. Narra la leggenda che durante il viaggio alcuni corvi si posarono sulla prua e sulla poppa di tale nave quasi a voler significare la loro rinnovata protezione al Santo martire che già un giorno avevano salvato dalle fiere. Giunto in città, il corpo venne deposto nella chiesa di San Giusto e Santa Rufina e dopo qualche tempo, esattamente il 15 Settembre del 1173, trasportato solennemente in cattedrale. In ricordo vennero coniate delle monete d'oro con l'immagine di Vincenzo su di una nave in compagnia di due corvi.

Numerosi e straordinari miracoli si operavano ovunque e si operano tuttora all'invocazione del santo nome benedetto dal cielo. Gregorio di Tours narra di come gli abitanti di Saragozza vennero salvati dall'assedio posto da Childeberto re dei Franchi grazie all'intercessione di San Vincenzo la cui tunica custodivano e veneravano. Fatta la pace lo stesso Childeberto portava a Parigi un'altra reliquia che si venerava a Saragozza: una stola del Santo.

Protettore in particolare degli orfani, delle vedove e dei poveri, San Vincenzo porta un nome che, da Vincens, vuole essere per noi un simbolo e un augurio di vittoria. Vincenzo è il vincente, colui che vince il male, qualunque esso sia, ed è accanto a noi tutte le volte che con fiducia illimitata gli chiediamo di aiutarci a vivere secondo la legge di Dio.

 

Don Cleto Tuderti, OSBsil

Domenica, 24 Marzo 2013 21:18

San Vincenzo la Costa

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Un primo documento su S. Vincenzo lo si trova fra le carte dell'Archivio Vaticano ed è del 1113 e si apprende che in questa data esisteva una località dal nome S. Vincenzo con una chiesa.

Un altro documento del 1138 parla di una donazione fatta al monastero di Paola riguardante il territorio di S. Vincenzo, che allora era territorio di Montalto.

Erano quei tempi caratterizzati da una civiltà prettamente rurale e contadina e vi erano sul territorio abbazie basiliane che non erano grandi costruzioni, ma semplici abitazioni agricole dove si riunivano i votati alla vita religiosa con un monaco che veniva detto abate; quei monaci si dedicavano, oltre che alla preghiera, alla vita nei campi. Anche a S. Vincenzo vi era una abbazia basiliana. Un documento del maggio del 1235 è importante per capire l'evoluzione storica del Casale di S. Vincenzo, perché mette in risalto la raggiunta autonomia civile del casale. Nel 1357, Giovanna, regina di Napoli riconobbe S. Vincenzo libero e franco da ogni tributo.

Intorno al 1500 nel nostro territorio vi erano due piccoli casali: S. Vincenzo e Timpone che da quel periodo cominciarono a prendere l'aspetto di centri abitati. Il luogo era fertile e di ottimo clima e molte persone, provenienti da altri casali, vennero ad abitare qui. In questo periodo il territorio è amministrato dai Rossi; nei primi anni del secolo da Antonio Maria Rossi, poi da Scipione Rossi che ingrandisce il casale, quindi l'amministrazione passa ad Ottavio Maria Rossi, che sposa la figlia di Marcello Spinelli di Fuscaldo, a cui nel 1564 il Papa Pio IV aveva dato l'amministrazione dei territori del Monastero di Paola. Come feudo, il territorio del nostro comune faceva parte dei feudi dei duchi di Montalto Ferdinado D'Aragona e Pietro suo figlio e secondo lo storico Carlo Nardi dunque, questo territorio apparteneva a Maria D'Aragona duchessa di Montalto e non ai Rossi che, come amministratori, lo usurparono. Vi furono, infatti, molte dispute fra i Rossi e i duchi di Montalto. Ottavio Rossi, nel 1598, rimasto senza figli, dona tutti i suoi beni alla Santa Casa dell'Annunziata di Napoli e, dopo la sua morte avvenuta nel 1611, le dispute continuarono fino al 1617, quando si raggiunge un accordo e la Santa Casa dell'Annunziata ha la podestà giurisdizionale e criminale.

Nel 1735 la terra di S. Vincenzo con i casali Timpone e Palazzo e le foreste Cocchiano, Nigiano e Cannavori viene comprato da Don Matteo Vercillo e da questo momento la storia del nostro paese si lega a quella di questa famiglia, signori del territorio. I Vercillo abitarono nel "palazzotto" o "palazzo Rossi", finché non ne costruirono uno nuovo. I membri di questa famiglia dimostrarono grande impegno politico nella lotta contro i borboni. Matteo Vercillo partecipò alle rivolte antiborboniche. Suo figlio Luigi, fu un grande patriota, lottò per l'unità d'Italia, conobbe Mazzini e i suoi meriti vennero riconosciuti da Casa Savoia. Egli era anche un letterato illustre conosciuto per la sua cultura. Morì a S. Vincenzo nel 1892. Da quanto detto, possiamo ricavare una breve sintesi: S. Vincenzo è stato quasi sempre un territorio aggregato al ducato di Montalto; era infatti uno dei casali di Montalto, assieme a S. Sisto, Vaccarizzo e Gesuiti. Nel 1855 diviene finalmente comune autonomo e furono annesse ad esso le frazioni di S. Sisto e Gesuiti. Occorre ricordare che, per disposizioni del governo fascista, nel periodo 1928-1936 ritorna a far parte del comune di Montalto assieme alle frazioni.

 


                                                                                                          Per gentile concessione della

                                                                                                          Proff.ssa Vincenzina LE PERA

Domenica, 24 Marzo 2013 21:15

Lettera Vaticano

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Di seguito è riprodotta copia integrale della lettera di ringraziamento inviata dal Vaticano in occasione dell'Udienza concessa dal Santo Padre "Papa Giovanni Paolo II" in data 01 Marzo 2000.

Ill.mo Signor Sindaco,

in occasione dell’Udienza generale di mercoledì 1 marzo corrente, Ella, a nome di codesta Amministrazione Comunale, ha voluto presentare al Santo Padre un artistico bassorilievo opera di Luigi Salerno, raffigurante il Servo di Dio Padre Bernardo Clausi.

Il Sommo Pontefice, il Quale ha apprezzato il cortese omaggio e i sentimenti di filiale affetto che l’hanno suggerito, ringrazia vivamente e, mentre invoca i doni celesti della prosperità e della pace, volentieri imparte a Lei, ai Collaboratori ed all’intera cittadinanza l’implorata Benedizione Apostolica.


Con sensi di distinto ossequio mi confermo

 

dev.mo nel Signore

Domenica, 24 Marzo 2013 21:11

Padre Bernardo

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Il Venerabile Padre Bernardo Maria CLAUSI nacque in San Sisto dei Valdesi (San Vincenzo La Costa - Cosenza), il 26 novembre 1789. Entrò giovanissimo tra i Minimi, nel Santuario di Paola, ma per i moti rivoluzionari, fu costretto ad abbandonare il chiostro e prestare servizio militare. Tra i commilitoni esercitò un vero apostolato. Congedato, essendo stati soppressi gli Ordini religiosi si ascrisse al Clero diocesano, e, consacrato sacerdote, gli fu affidata la cura d'anime nella parrocchia del paese nativo. Ripristinati appena gli Ordini religiosi, tornò tra i Minimi, nel 1827. Morì il 20 dicembre 1849 a Paola. La fama della sua santità si diffuse rapidamente ovunque. Ebbe il dono della della profezia e dei miracoli, che operava specialmente mediante la <> che recava sempre con sé. Soffrì gravi aridità di spirito e vessazioni diaboliche. 

Leone XIII ne introdusse la causa di Beatificazione nel 1893. Giovanni Paolo II ne riconobbe l'eroicità delle virtù nel 1987. 

Vincenzo Maria Clausi, assunse il nome di Padre Bernardo Maria Clausi il 28 settembre 1827 con l’ingresso nell’Ordine dei Minimi di San Francesco di Paola dopo avere svolto per quasi un decennio, dal 1817 al 1827, il ministero sacerdotale nella parrocchia di San Sisto dei Valdesi, distinguendosi nell’intera diocesi e definito dall’Arcivescovo dell’epoca, Mons. Domenico Narni Mancinelli, “la gemma del clero cosentino”, può essere considerato per la sua testimonianza religiosa e di assistenza ai deboli, così per le virtù manifestate in tutta Italia, come una figura di grande rilievo e spessore sia per la storia dell’Ordine dei Minimi, quanto della stessa Chiesa, la quale, attraverso la congregazione per le cause dei Santi, ha in corso un procedimento di beatificazione, dopo quello del riconoscimento delle virtù eroiche.

Leggendo la sua biografia emergono chiaramente tutte le sue virtù a cominciare dall’età di ragazzo, descritto con carattere molto vivace, fino agli ultimi giorni della sua vita, apprezzate dai Papi dell’epoca, Gregorio XVI0 e Pio 1X0, come della politica (Carlo Alberto di Savoia che lo chiamò a Torino) e della burocrazia dei vari stati della penisola italiana, senza tralasciare di vivere il suo tempo maggiore tra gli umili, i semplici, i poveri per soccorrere spiritualmente, attraverso la confessione e la preghiera, e materialmente con offerte anche in denaro che riceveva dai suoi estimatori benestanti. 

Gli atti di cinque processi ordinari e quattro apostolici raccolti durante tutti questi anni a partire dalla sua data di morte, avvenuta a Paola, nel convento del santuario, il 20 dicembre 1849, per il riconoscimento delle virtù eroiche, ne mettono a fuoco la ricchezza spirituale e religiosa confortata dal profondo legame alla Santissima Trinità e particolarmente verso la Madonna. “Se vedeste andare anche sottosopra le montagne — diceva — non temete, anzi state forti con la Santissima Trinità e con Maria Santissima”. 

Sono trascorsi 210 anni dalla sua nascita e 150 dalla morte e la fiaccola del suo ricordo continua a vivere e riscaldare i cuori di tante persone che in preghiera attendono fiduciosi in una felice conclusione del processo dì beatificazione. 

L’Amministrazione Comunale, guidata dal Sindaco, dr. Aristide Filippo, sollecitata dalla comunità parrocchiale, con l’adesione della locale Banca di Credito Cooperativo e dello stesso Ordine dei Minimi di San Francesco di Paola, hanno inteso avviare in questo ultimo anno del secolo un programma di ricerca, studio e promozione del culto per rinnovarne la memoria e farne oggetto di guida spirituale per l’Anno Santo, considerato che fu un grande devoto della Santissima Trinità e di Maria Santissima, tutte figure che per volontà del Santo Padre negli ultimi tre anni sono state di preparazione e ingresso al Giubileo del duemila. 

Il primo momento di meditazione sulla figura del venerabile padre Bernardo Maria Clausi si è creato il 25 settembre 1999 nel suo paese di origine (San Sisto dei Valdesi) con un convegno e con un incontro di preghiera presso il santuario di Paola, curato da padre Antonio De Rose, superiore generale degli Ardorini, che ha stimolato tutti i convenuti, durante la celebrazione della Santa Messa, a riflettere sul valore della santità anche nel contesto dei nostri giorni 

Il convegno di San Sisto dei Valdesi ci ha consegnato un padre Bernardo molto umano, quasi un amico, oltre che un padre spirituale con il quale confidarsi e costruire la propria personalità avendo alla base il rispetto dei valori morali e religiosi che sono il fondamento della convivenza civile e sociale per l’uomo del duemila. Contestualmente è stato pure assunto l’impegno per celebrare a Paola, presso il Santuario, nei giorni 20 e 21 dicembre 1999 il 1500 anniversario della scomparsa di padre Bernardo Maria Clausi, quale occasione per riflettere sul significato della sua morte alla vigilia dell’apertura del Giubileo del duemila. 

Una circostanza che ha fatto rivivere ai fedeli intervenuti nella celebrazione dei vespri solenni, presieduti dal padre generale dei Minimi, Giuseppe Morosini, con l’esposizione della “Madonnina”, tanto cara a padre Bernardo, il momento della sua morte e del suo trapasso che fu seguito con particolare devozione dai tanti fedeli accorsi in quel giorno e in quello successivo a Paola per assistere ai funerali. 

Il senso della vita, della vocazione e di tutto il cammino ascetico e apostolico di padre Bernardo sono stati analizzati da padre Ottavio Laino. che più di ogni altro ne conserva oggi, insieme al postulatore del processo di beatificazione, padre Alfredo Bellantonio, la memoria storica con la raccolta anche di circa cinquecento lettere autografe. 

Un cammino ascetico e apostolico — ha detto padre Laino, nel suo intervento — che si inizia a intravedere dalla sua tenera età, frutto dell’educazione ricevuta dai genitori, mamma Teresa di Vaccarizzo di Montalto Uffugo, e soprattutto dal papà Antonio, nato a Rogliano, proprio per l’appartenenza in San Sisto dei Valdesi alla Congregazione dell’Immacolata, che aveva come regola l’apprendimento della dottrina cristiana per poi insegnarla agli altri, ma principalmente in casa con il buono esempio. 

Una testimonianza e un esempio che hanno attecchito profondamente nell’animo del piccolo Vincenzo Maria, settimo di dieci figli, che ha voluto cosi intraprendere fin dalla giovane età il cammino di San Francesco di Paola sulle orme di Cristo attraverso la consacrazione dello Spirito Santo. 

Il segreto del Clausi — ha proseguito padre Laino — per raggiungere un elevato livello di intima unione con Dio, di esemplare e generosa imitazione del Cristo di San Francesco, fu la docilità alle ispirazioni dello Spirito Santo, che scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Si riconosceva creatura miserabile, ingrata e che non meritava nulla, ma si abbandonava nello Spirito Santo che èl’infinita bontà. Padre Bernardo si lasciò guidare in un incessante cammino di purificazione e divenne giorno dopo giorno persona cristiforme , quale prolungamento nella storia di una speciale presenza del mistero pasquale, ossia di Cristo morto e risorto. 

Riscoprire la bellezza della confessione e della preghiera è questa la migliore testimonianza da rinnovare ai nostri giorni per dare un senso compiuto alla vita che passa attraverso l’esempio sofferto e gioioso del nostro venerabile padre Bernardo Maria Clausi, per il quale dalla comunità parrocchiale di San Vincenzo Martire del Comune di San Vincenzo La Costa parte un progetto di rinnovo della memoria con un pellegrinaggio a Roma per il Giubileo facendo tappa nella chiesa di San Francesco di Paola ai Monti, li dove il nostro venerabile ha esercitato la sua funzione di religioso e padre superiore a partire dal 1830; come pure di curare la pubblicazione di un nuovo libro che proponga alcune delle lettere autografe arricchite da nuove testimonianze, Impegni che saranno assunti nel corso dell’Anno Santo e che vedrà lo stesso Ordine dei Minimi, per come ha annunciato il padre generale, Giuseppe Morosini, nel corso del Convegno, fortemente occupato nell’organizzare durante l’estate il Capitolo Generale. Una occasione per rivedere l’identità e la missione dei Minimi all’inizio del terzo millennio dopo 500 anni di storia nei quali il venerabile padre Bernardo Maria Clausi, per come abbiamo potuto leggere e sentire, ha dato la sua grande testimonianza religiosa ed umana nel nome di Dio e in ossequio al Santo della Carità. 

I pellegrini della comunità parrocchiale di San Vincenzo La Costa hanno portato a Roma una scultura in legno di olmo, raffigurante l’immagine del venerabile padre Bernardo Maria Clausi, realizzata dal giovane artista Luigi Salerno ed offerta dall’Amministrazione Comunale, per darla in dono al Santo Padre in segno di amore filiale e per rinnovare un atto di fede nel ricordo ancora vivo di colui che oggi viene chiamato servo di Dio, mentre in vita nella sua San Sisto dei Valdesi, veniva considerato come “la perla della diocesi” cosentina. 

La segreteria di stato del Vaticano ha inviato al Sindaco di San Vincenzo La Costa, dott. Aristide Filippo, una lettera di ringraziamento nella quale si afferma che il Sommo Pontefice ha apprezzato il cortese omaggio e i sentimenti di filiale affetto che hanno suggerito. La lettera termina con la invocazione dei doni celesti della proprietà e della pace e impartendo all’Amministrazione Comunale e alla cittadinanza intera l’implorata Benedizione Apostolica.

Franco BARTUCCI

Angela Gitana CIRILLO




P R E G H I E R A 


Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, Vi supplichiamo umilmente di glorificare nel Venerabile Padre Bernardo Maria Clausi la vostra infinita Santità, perchè egli possa ottenere dalla Chiesa l'onore degli Altari ed i fedeli un nuovo esempio da seguire ed un intercessore di più presso il vostro trono:



Tre Gloria e un'Ave

Domenica, 24 Marzo 2013 21:06

I Valdesi

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Quella dei valdesi è una minoranza soprattutto dal punto di vista religioso che nacque in seguito alla predicazione di Pietro Valdo, iniziata in Provenza nel 1174. A causa delle sue teorie, quantomeno innovative per l'epoca i valdesi furono considerati eretici dalla chiesa romana e furono costretti a vagare in giro per l'Europa alla ricerca di territori in cui potersi stabilire per poter evitare le persecuzioni di cui erano vittime gli eretici in età medioevale. le vicende dei valdesi ci sono note soprattutto da alcuni storici che,Valdesi o cristiani, scrissero intorno alla metà del XVI secolo, poco prima o poco dopo la grande strage del 1561, è per questo che la stragrande maggioranza delle notizie che ci sono pervenute, riguarda proprio quel periodo.

Nel corso del XIII e del XIV i Valdesi si erano stanziati in vaste zone d'Europa,fin quando, probabilmente fra il 1365 e il 1385, invitati dai signori locali discesero per la penisola italiana: una parte da Napoli si stabilì nei territori dell'interno giungendo fino alla Puglia (ma ben presto furono assimilati dalle popolazioni locali), mentre, un'altra parte, continuando a discendere per il tirreno si stabilì in alcuni territori poco a Nord di Cosenza, dove i feudatari locali li accolsero, pretendendo un modesto canone di affitto e ottenendo, inoltre di mantenere abitate e quindi coltivate le loro terre.

Giunti in Calabria, il primo luogo che occuparono fu "Borgo degli Ultramontani" (l'attuale zona sud-est di Montalto Uffugo), dove, secondo alcune fonti si erano stabiliti già alcuni loro compatrioti nel 1365; si stabilirono inoltre a S. Vincenzo la Costa, Rose, Marri (fraz. di S. Benedetto Ullano) e soprattutto a San Sisto dei Valdesi ( a "Un miglio da borgo degli ultramontani" ) e a Guardia (chiamata dalle fonti anche La Guardia che ci dicono essere a "sei ore di cammino a piedi attraverso le montagne").

I Valdesi erano comunque isolati dagli altri abitanti e rappresentavano, perciò, una minoranza non integrata con il resto della popolazione: non solo non frequentavano le chiese ma non affidavano neanche l'istruzione dei loro figli a preti cattolici: in compenso, però, ci vengono presentati come gente onesta, instancabili lavoratori e perciò ben voluta dai feudatari padroni delle terre che occupavano; è proprio per questo che poterono stare tranquilli per quasi due secoli nonostante la loro diversa religione,che, comunque, non praticavano apertamente.

Nel corso del XVI secolo però la situazione a cambiò radicalmente: la predicazione di Lutero prima e di Calvino poi avevano avuto effetti laceranti in seno alla chiesa cattolica che, reagì perciò con durezza iniziando una nuova lotta alle eresie, a partire dal concilio di Trento, iniziato nel 1543. Inoltre, proprio in quel periodo i Valdesi del Piemonte avevano deciso di professare la loro fede in pubblico avvicinandosi notevolmente alla figura di Giovanni Calvino (Jean Cauvin) che, predicando una chiesa povera e che ritornasse alle origini, rispecchiava,in un certo senso, le loro esigenze religiose.

Vista questa situazione in campo religioso anche i valdesi di Calabria decisero di professare liberamente la loro fede senza più preoccuparsi di altro: fu l'inizio della loro fine.
Fu chiamato un predicatore che si stabilisse in Calabria a predicare la dottrina Valdese a San Sisto e a Guardia. Dal Piemonte fu inviato Gian Luigi Pascale; il suo operato fu breve perché, essendo troppo radicale fu avversato oltre che dai cattolici, anche dai Valdesi più facoltosi, che temevano la repressione della chiesa; così dopo poco più di un mese di libera predicazione, a San Sisto, prima, a Guardia poi, Fu arrestato e infine ucciso a Roma.

I proprietari terrieri, che fino ad allora avevano protetto i valdesi, (volenterosi e valenti lavoratori, stando a quanto ci dicono le fonti) per paura che il fenomeno comportasse loro problemi decisero di denunciare la loro presenza al governo spagnolo che, da poco era diventato "signore" dell'Italia meridionale (Napoli era un viceregno spagnolo)e che era particolarmente severo in materie di religione.

Il Marchese Spinelli, Signore della zona, intimò alla minoranza Valdese di convertirsi immediatamente, minacciando, in caso contrario di intervenire con la forza. Visto il rifiuto, dei "luterani"(come venivano genericamente chiamati gli eretici in quel periodo) ad abiurare, -a rinnegare cioè la loro fede-, la situazione degenerò, in modo irreversibile; come era stato minacciato ci fu un intervento armato: correva l'anno 1561, moltissimi Valdesi furono uccisi, a Guardia, S.Sisto e Montalto: fu questa, secondo molti storici "l'unica repressione di massa della riforma italiana".

Dopo quel tragico mese di Giugno l'eresia Valdese subì un duro colpo; moltissimi dei superstiti preferirono abiurare o fuggire; infamanti furono le condizioni a cui dovettero sottostare:


- furono costretti indossare "l'abitello", un abito giallo su cui era disegnata una grossa croce rossa che marchiava di ignomia chiunque lo indossasse

- fu vietato si riunissero gruppi di più di 6 persone di Guardia o San Sisto

- le porte delle case dovevano essere munite di uno "spioncino" che permettesse, a chiunque, da fuori di osservare l'interno e vedere cosa si faceva dentro

- il governo spagnolo ne approfittò per confiscare tutti i beni delle persone uccise durante la strage
- la curia li obbligò a seguire ogni giorno la messa prima di andare al lavoro pena multe salatissime, che aumentavano, proporzionalmente al numero delle assenze

- per 25 anni non poterono celebrarsi matrimoni con nessuna "ultramontana"

- non potevano parlare la loro lingua ma solo quella italiana

- i loro figli dovevano essere educati alla dottrina cattolica

a questi vanno aggiunte una serie di altri divieti, sempre volti a non far rinascere l'eresia.

Sorsero, inoltre alcuni conventi per "controllare" da vicino la situazione: A Guardia, arrivarono i Domenicani, mentre vicino a San Sisto restarono i frati Gesuiti, che erano arrivati in Calabria proprio nel periodo "caldo" del 1561 per cercare di convertire i Valdesi.

Carmelo COLELLI

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